English version here: https://medium.com/@thedavidcoen/lets-keep-the-fees-low-starting-the-lightning-network-fee-market-634de10a5a64

Lightning Network (LNP) è una struttura di canali di pagamento aperti tra privati ​​e/o aziende e rappresenta la soluzione di scaling per Bitcoin; ecco perché spesso lo chiamiamo anche il secondo livello di Bitcoin (Second Layer).

Con Lightning possiamo potenzialmente effettuare centinaia di migliaia se non milioni di transazioni al secondo e quindi raggiungere qualsiasi parte del mondo (quasi) istantaneamente.

Sì, e gratuitamente! 
Non proprio.
Possiamo effettuare transazioni su Lightning Network e possiamo farlo in cambio di una commissione per transazione davvero economica: personalmente non ho mai speso più di 10 sat a transazione in commissioni.
Ma non sarà così a lungo.

Prima di esplorare perché e cosa possiamo fare in merito, vediamo un po’ come funziona Lightning Network. Se sai già come funziona, salta la spiegazione e vai alla sezione Lightning Network Fee Market.  Continue reading →


Uno dei miti da sfatare riguardanti Bitcoin è legato al costo per transazione (commissioni di mining).
Nello specifico, il mito è: “Più l’importo della transazione è elevato, maggiore è la spesa in commissioni.
Questo equivoco è probabilmente dovuto a ciò che avviene con i sistemi di pagamento classici, specialmente con i pagamenti transnazionali: solitamente si paga una commissione in percentuale al transato.

Con Bitcoin le cose funzionano diversamente: ci si potrebbe potenzialmente trovare nella situazione in cui trasferire un miliardo di dollari in bitcoin costa meno che trasferire pochi USD.

Come mai?
Quando trasferiamo bitcoin, il nostro wallet costruisce la transazione, aggregando delle quantità di BTC disponibili.
Immaginiamo il nostro wallet Bitcoin come un classico portafoglio per i contanti. Al suoi interno abbiamo qualche banconota da 10 euro, qualcuna da 20, alcune monete e così via, per un totale di 130 euro.
Nel caso dovessimo pagare una bene o servizio che costa 100 euro, dovremmo ovviamente sommare le varie banconote fino a raggiungere la cifra richiesta. Se superiamo la cifra e paghiamo, otterremo un resto (nel caso in cui ad esempio pagassimo con una banconota da 50 e tre da 20 euro).

In Bitcoin il procedimento è molto simile: quelle definite in precedenza “quantità di bitcoin disponibili” vengono in realtà chiamati output non spesi (UTXO) e diventano, tutti o in parte, gli input della nostra transazione, ossia le “banconote” che andranno a formare il totale transato.

Sulla sinistra una transazione che utilizza un unico UTXO come input, sulla destra una transazione che utilizza molteplici UTXO come input e trasferisce il totale in un unico output. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bitcoin_Transaction_Inputs_and_Outputs.png

Immaginiamo di avere un totale di 0,01 bitcoin nel nostro portafoglio — o 1’000’000 satoshi, se preferiamo ragionare con questa unità di misura — , pari ad oggi a circa 80 euro. Questi bitcoin sono però il risultato di molti output non spesi, perché per averli abbiamo ricevuto una decina di transazioni di importo diverso.
Nel caso in cui dovessimo pagare un bene/servizio dal costo di 100’000 satoshi (0,001 BTC), il nostro wallet prenderà i nostri “contanti” e li sommerà fino a ottenere una somma uguale o maggiore dell’importo dovuto.
Ipotizziamo che la somma totale sia di 0,0015 BTC e sia il risultato di 4 UTXO sommati tra loro: pagheremo 0,0015 BTC, 0,001 BTC andranno al venditore mentre 0,0005 BTC torneranno nel nostro wallet, e costituiranno un unico output non speso.

Quindi, recap:

  1. avevamo 0,01 BTC (bilancio) composti da una decina di UTXO: 0,0002 BTC+ 0,0007 BTC + 0,0001 BTC + 0,0005 BTC + …
  2. Il wallet somma i primi quattro UTXO e ottiene 0,0015 BTC.
  3. Paga questi 0,0015 BTC a un venditore, ottiene indietro un unico UTXO di 0,0005 BTC (resto), che si somma agli altri output che costituiscono il bilancio totale restante.

Una transazione costituita da molti input ha un peso in byte maggiore di una con pochi o addirittura un unico solo input. Non paghiamo in base alla quantità di bitcoin spostati, piuttosto si può dire che paghiamo in base alla quantità di output non spesi che andremo a utilizzare come input della nostra transazione.

Le commissioni ai minatori si pagano in sat al byte (o sat/vbyte per quelle SegWit).
Ipotizziamo di voler pagare 4 sats/byte perché ci troviamo in una situazione in cui non c’è congestione nella rete Bitcoin e siamo piuttosto sicuri che la nostra transazione verrà confermata entro poche ore, andando a far parte della storia transazionale della catena di transazioni (blockchain).
Un buon wallet permette, tra le altre cose, di impostare manualmente le commissioni, quindi andiamo a selezionare 4 sats/byte e scegliamo l’importo da pagare.

In Edge Wallet possiamo stabilire quali commissioni utilizzare, scegliendo tra Alta, Standard, Bassa o Personalizzata. Con quest’ultima opzione possiamo specificare le fee in satoshi/byte.

Siccome abbiamo molti input, la nostra transazione avrà un peso importante e quei 4 sats/byte potrebbero comportare un costo totale in commissioni anche relativamente elevato.
Se ad esempio la nostra transazione avesse un peso di 400 byte, finiremo con il pagare 1’600 satoshi (4 x 400 byte).
La nostra transazione da 0,0001 BTC avrà dunque una commissione di 1’600 satoshi (0,00001600 BTC).

Ora immaginiamo di essere milionari e di voler transare 1’000’000 di euro in BTC, ossia circa 124,5 bitcoin. Se avessimo questi bitcoin in un unico output non speso, la nostra transazione avrà il minor peso possibile: ipotizziamo 200 byte.
A parità di sat/byte, dunque, questa transazione comporterà un costo in commissioni di soli 800 satoshi (4 x 200 byte), contro i 1’600 satoshi della precedente.

Dunque con 800 satoshi (0,064 euro), abbiamo spostato 1 milione di euro in bitcoin, mentre precedentemente con 1’600 satoshi (0,13 euro) abbiamo spostato solo 80 euro.

Nella prima abbiamo speso lo 0,1625% in commissioni, nella transazione da 1 milione di euro ne abbiamo speso lo 0,0000064%.

Comprendiamo perciò che spostare 1, 100 o 1 milione di bitcoin non fa differenza, a patto di avere una transazione con lo stesso peso in byte.

Come possiamo spendere il meno possibile in commissioni?

Innanzitutto, come detto precedentemente, dobbiamo scegliere un wallet che ci dia la possibilità di impostare una commissione personalizzata; scartiamo dunque tutti quelli che non ci danno questa possibilità.

In questo esempio, scegliendo una commissione di 4 sats/byte su Edge Wallet, spenderei un totale di 1314 satoshi, perché questo specifico portafoglio ha molti UTXO da sommare per questa spesa.

Un altro suggerimento utile è avere un numero ridotto di output non spesi all’interno del wallet, ma non sempre quest’ultimo ci permette di sapere quali e quanti UTXO compongono il nostro bilancio totale.
Possiamo perciò decidere di consolidare i nostri output non spesi in un unico output da spendere con il minor spreco possibile di satoshi per le commissioni di transazione.

Consolidare i fondi presenti sul vostro light wallet, è piuttosto semplice: basterà copiare un indirizzo di ricezione e inviare allo stesso l’importo massimo (max amount), sempre ricordandosi di stabilire prima le fee che desiderate pagare.

Attenzione però!
Se da un lato consolidare gli output permette di avere transazioni più leggere e dunque meno costose in termini di commissioni, dall’altro espone a problemi di privacy.

Immaginiamo di consolidare tutti i nostri output del portafoglio da 0,01 bitcoin e di dover spendere, come in precedenza, 0,001 BTC per l’acquisto di un bene o servizio: il venditore non vedrà solo 0,0015 BTC come nell’esempio sopra esposto, ma potrà conoscere l’intero bilancio del nostro wallet, perché per effettuare il pagamento dovremo inviare tutto il nostro denaro (un unico UTXO) da 0,01 BTC e ricevere il resto.

Se facessimo un parallelismo con i trasferimenti bancari, è come se il negoziante che deve ricevere un bonifico, vedesse l’intero nostro bilancio invece del solo importo richiesto.

Ricordate dunque questo compromesso quando vorrete consolidare i vostri output e, possibilmente, dividete i vostri portafogli: quello che utilizzate per le spese (hot wallet) dovrebbe sempre essere diverso da quello che contiene i vostri risparmi (cold wallet).



Bitcoin is not deflationary, whether it is analyzed from a Keynesian point of view, or from the Quantity theory of money one.

According to the Keynesian model, deflation is the reduction of prices due to the reduction in demand, which causes the reduction of consumers’ purchasing power.
If we see bitcoin as a simple intangible asset – purchased with different monetary assets, eg dollars – we can see that today the demand remains high and its price tends to increase over time. Consequently it can be said that he does not suffer from deflation.
If we see it as a monetary asset (cash), we can only hypothesize its impact on the future if the demand for it becomes inelastic and bitcoin represents the medium of exchange par excellence. In this case, a deflation scenario could arise, but it is not known.

According to the Quantity theory of money, deflation occurs when production, but I would also say circulation, or the supply of new monetary units is such as not to satisfy demand or when monetary inflation goes to zero. Bitcoin has controlled but present inflation: the last satoshi will probably be released in 2140.
So the cases are two: either it will become deflationary when the inflation has gone, after the block 6930000 in which the subsidy of the miner will be equal to zero and the latter will only earn mining fee, or when the money supply will be lower than the demand. We are far from both hypotheses.
Even in these cases, however, the problems deriving from a deflationary monetary asset on the real economy would be limited, if not even avoided, by a unique characteristic of the Bitcoin Protocol: the divisibility tending towards infinity of its bitcoin asset.
The biggest problem caused by deflation, in fact, is not the theoretical consumption block – probable, in a system based exclusively on the Keynesian IS-LM model, unrealistic, if we follow the Austrian model based on a Hard Money system – but the lack of liquidity.
In Bitcoin, however, the possibility of splitting the units of value up to 8 decimal places onchain and up to n decimal digits on second layer (where n is a number tending to infinity) makes liquidity not actually a problem. We will go into this in a future article.

Sowhat kind of monetary asset does bitcoin represent?

I would say that bitcoin is a scarce monetary asset of disinflationary type, tending to deflation but not deflationary in fact.

Deflation vs disinflation is not only a semantic battle, but a conceptual one: if we let the idea pass that bitcoin is a deflationary asset, it is very unlikely that it can be used as a currency and unit of account, while the fact that it is a disinflationary asset allows us to explore the possibility of using a totally new monetary system, based on scarcity and consequent reserve of value, predictability of monetary inflation (given by halving and difficulty adjustment) and theoretically infinitedivisibility.

 

I invite you to explore the concepts just mentioned here, starting with this article: https://medium.com/@Conner_/stop-calling-bitcoin-deflationary-84462cb90345

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Errata corrige: mi è stato giustamente fatto notare che la definizione di inflazione monetaria citata nell’articolo è legata alla teoria quantitativa della moneta, non al modello Austriaco. Ho di conseguenza corretto l’articolo.

Bitcoin non è deflattivo, sia se lo si analizza da un punto di vista Keynesiano, sia da quello quantitativo.

Secondo il modello Keynesiano, la deflazione è la riduzione dei prezzi conseguente alla riduzione della domanda, che causa la riduzione del potere d’acquisto dei consumatori.
Se vediamo bitcoin come un asset semplice immateriale – acquistato con asset monetari diversi, es. dollari – possiamo vedere che ad oggi la domanda rimane alta e il suo prezzo tende ad aumentare nel tempo. Di conseguenza si può dire che non soffra di deflazione.
Se lo vediamo come un asset monetario (cash), possiamo solo ipotizzare il suo impatto sul futuro nel caso in cui la domanda dello stesso diventasse anelastica e bitcoin rappresentasse il medium di scambio per eccellenza. In questo caso, potrebbe presentarsi uno scenario di deflazione, ma non è dato saperlo.

Secondo la teoria quantitativa della moneta, la deflazione si ha quando la produzione, ma direi anche la circolazione, o offerta di nuove unità monetarie è tale da non soddisfare la domanda o quando l’inflazione monetaria va a zero. Bitcoin ha inflazione controllata ma presente: l’ultimo satoshi verrà rilasciato probabilmente nel 2140.
Quindi i casi sono due: o diventerà deflattivo quando l’inflazione avrà fatto il suo corso, dopo il blocco 6930000 nel quale il subsidy del minatore sarà pari a zero e quest’ultimo guadagnerà solo mining fee, o quando l’offerta di moneta sarà inferiore alla domanda. Siamo ben lontani da entrambe le ipotesi.
Anche in questi casi, tuttavia, i problemi derivanti da un asset monetario deflattivo sull’economia reale verrebbe limitati, se non addirittura evitati, da una caratteristica unica del Bitcoin Protocol: la divisibilità (o frazionamento) tendente a infinito del suo asset bitcoin.
Il più grande problema causato dalla deflazione, infatti, non è il teorico blocco dei consumi – probabile, in un sistema basato esclusivamente sul modello IS-LM di matrice Keynesiana, non realistico, se si segue il modello Austriaco basato su un sistema monetario Hard Money -, bensì la mancanza di liquidità.
In Bitcoin, tuttavia, la possibilità di frazionare le unità di valore fino a 8 cifre decimali onchain e fino a n cifre decimali su second layer (dove n è un numero tendente a infinito) fa sì che la liquidità non sia di fatto un problema. Approfondiremo tutto ciò in un prossimo articolo.

Quindi bitcoin che tipo di asset monetario rappresenta?

Direi che bitcoin è un asset scarso di tipo disinflattivo, tendente alla deflazione ma di fatto attualmente non deflattivo.

Deflattivo vs disinflattivo non è solo una battaglia semantica, bensì concettuale: se lasciamo passare l’idea che bitcoin sia un asset deflattivo, è ben difficile che possa venire utilizzato come moneta, mentre il fatto che sia disinflattivo ci permette di esplorare la possibilità di utilizzare un sistema monetario totalmente nuovo, basato su scarsità e conseguente riserva di valore, prevedibilità dell’inflazione monetaria (data dagli halving e dal difficulty adjustment) e frazionabilità teoricamente infinita.

Vi invito ad approfondire i concetti qui appena accennati, iniziando da questo articolo: https://medium.com/@Conner_/stop-calling-bitcoin-deflationary-84462cb90345

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This article has been further explained and amplified in the book “Q/A about Bitcoin: from the blockchain concept to the definition of the LNP/BP suite” available on Amazon.

Index

When Satoshi created Bitcoin, he/she/they probably didn’t foresee such an organic evolution of the system; therefore unfortunately he/she/they has/have called the protocol in the same way as the asset traded on it.

So we have Bitcoin, intended as a protocol base layer, and bitcoin (in lower case) as a scarce “asset” – let’s call it like this for convenience – exchanged between the participants.

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Questo articolo è stato ampliato nel libro “Domande & risposte su Bitcoin: dal concetto di blockchain alla definizione della suite LNP/BP”, disponibile su Amazon.

Indice dei contenuti

Quando Satoshi ha creato Bitcoin, molto probabilmente non ha previsto un’evoluzione così organica del sistema; perciò purtroppo ha nominato il protocollo nello stesso modo dell’asset scambiato su di esso.

Abbiamo dunque Bitcoin, inteso come protocol base layer, e bitcoin (in minuscolo) quale “asset” – chiamiamolo così per convenienza – scarso, scambiato tra i partecipanti.

Fino al 2011 questa confusione semantica di fatto non esisteva, essendo Bitcoin l’unico network di scambio di valore senza terza parte affidabile.
Con la nascita delle prime altcoin è sorto il problema:
potevano esistere diversi protocolli di scambio di valore senza terza parte affidabile?
Potevano esistere diverse “criptovalute”?

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Ho ricevuto in questi giorni molte richieste di aiuto da parte di neofiti che hanno in qualche modo ricevuto degli Stellar (ad esempio con questo airdrop di Blockchain.com o con questo di Coinbase) e vorrebbero ora venderli per ottenere euro o bitcoin.

Inizio con il dare un consiglio non richiesto, anzi due.

Come già scritto su Facebook, con le cripto in generale e con Stellar in particolare non diventerete ricchi, quindi state alla larga da chi vi spinge a “investirli” perché avrete un “rendimento sicuro”. In generale state alla larga dalle truffe e da tutto ciò che vi sembra sospetto.
Volete fare qualcosa di veramente buono per voi con le cripto ricevute gratuitamente?
Vendetele e fatevi una cena in buona compagnia oppure andate a bere qualcosa fuori!
Ragionate in prospettiva? Vendeteli per Bitcoin e conservate i satoshi. Tra non molto vi serviranno.

Vediamo dunque come vendere Stellar (XML) per ottenere degli euro. Vedremo poi sotto come venderli per ottenere invece satoshi, ossia l’unità di base di Bitcoin.

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