Sul Maximalism, bitcoin (asset), Bitcoin (protocollo) e la standardizzazione del LNP/BP

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Quando Satoshi ha creato Bitcoin, molto probabilmente non ha previsto un’evoluzione così organica del sistema; perciò purtroppo ha nominato il protocollo nello stesso modo dell’asset scambiato su di esso.

Abbiamo dunque Bitcoin, inteso come protocol base layer, e bitcoin (in minuscolo) quale “asset” – chiamiamolo così per convenienza – scarso, scambiato tra i partecipanti.

Fino al 2011 questa confusione semantica di fatto non esisteva, essendo Bitcoin l’unico network di scambio di valore senza terza parte affidabile.
Con la nascita delle prime altcoin è sorto il problema:
potevano esistere diversi protocolli di scambio di valore senza terza parte affidabile?
Potevano esistere diverse “criptovalute”?

Proprio a causa di queste due domande, spesso ritenute interscambiabili, sono iniziate le grandi cripto-battaglie: altcoiners vs bitcoiners, maximalists vs shitcoiners, nocoiners vs cryptoworld, e, ultimamente, Austrian economics golders vs Austrian economics bitcoiners.

Cerchiamo di rispondere alle due domande utilizzando argomentazioni proprie dell’informatica e della teoria economica Austrian.

Partiamo dalla seconda domanda.

È possibile avere diverse criptovalute in un libero mercato?

Secondo il modello economico Austrian, in un mercato sano gli individui dovrebbero poter commerciare tra di loro usando qualsiasi moneta loro desiderino, purché ovviamente venga raggiunto un consenso tra pari: non puoi forzarmi a utilizzare pepite d’oro se io accetto solo rame (non chiedetemi perché ho scelto questo esempio!).
Dunque, possono esistere più valute? Certo!
Possono esistere più criptovalute? Teoricamente sì.
Servono?
Sarebbe ridicolo generalizzare e rispondere no a una tale domanda, sebbene molti tra coloro che si professano “maximalist”, direbbero così.

Il Maximalism originale

La definizione “Bitcoin maximalist” è nata come scherno da parte di sostenitori di criptovalute alternative nei confronti di quelli che fino a poco prima venivano semplicemente definiti bitcoiner.

Vitalik Buterin, creatore di Ethereum, in un suo articolo chiamato On Bitcoin Maximalism, and Currency and Platform Network Effects” – ne suggerisco la lettura perché è molto interessante – iniziava descrivendo il massimalismo Bitcoin come: “the idea that an environment of multiple competing cryptocurrencies is undesirable, that it is wrong to launch “yet another coin”, and that it is both righteous and inevitable that the Bitcoin currency comes to take a monopoly position in the cryptocurrency scene. (l’idea che un ambiente di molteplici criptovalute concorrenti sia indesiderabile, che sia sbagliato lanciare “l’ennesima moneta” e che sia giusto e inevitabile che la valuta Bitcoin arrivi ad assumere una posizione di monopolio nella scena della criptovaluta.)”

Come detto, l’articolo è molto interessante ma Vitalik, persona senza dubbio geniale, insiste su questa sovrapposizione tra la moneta bitcoin e il protocollo, generando confusione, non è dato sapere se volutamente o inconsciamente. Addirittura descrive il bitcoiner massimalista come colui che vede positivamente il monopolio di un asset.

Ebbene, da quell’articolo in poi, molti bitcoiner hanno iniziato a stare al gioco e a definirsi maximalist, non perché si ritrovassero nella descrizione fornita da Vitalik, ma perché fondamentalmente non riconoscevano la necessità di infrastrutture differenti, su tutti Ethereum, sulle quali costruire il loro sogno libertario.

Però si sa, il gioco è bello finché dura poco!

Ecco dunque l’avvento di nuovi maximalist, magari divenuti tali dopo aver subito delle batoste dal mondo cripto o essere stati vittima di scam (chi non lo è stato alzi la mano, io le tengo basse assieme al capo), che però hanno commesso l’errore di accettare la definizione data da Buterin senza studiare i motivi che spingono un utente a riconoscere la praticità di un unico protocollo sicuro per lo scambio di valore tra pari e senza terze parti affidabili.

Il maximalist che non è tale, ovvero “sì bitcoin, perché è raro, ma non è necessario essere libertari”

Colui che si professa libertario è portato ad opporsi agli -ismi, perché questi comportano il più delle volte prevaricazione, limitazione delle libertà individuali e imposizioni in ambito monetario.
Ne consegue che, in un mercato libero, il libertario sosterrà la teoria economica Austrian e dunque contemplerà l’utilizzo di beni non deperibili di natura differente per l’acquisto di beni e/o servizi.
Eppure, quando si è di fronte a Bitcoin, l’anarchico che è in lui pare chinare la testa e radicalizzarsi.
Pare. Questa è l’idea che una persona tendenzialmente si fa riguardo ai maximalist proprio a causa di quest’aura d’intransigenza che si è venuta a creare intorno a questo fenomeno e a causa dei “maximalist” non libertari.

Ebbene sì, la confusione è tanta così come l’incomprensione tra i sostenitori di sistemi differenti, e tra gli stessi sostenitori/utilizzatori di Bitcoin.

Innanzitutto voglio smentire i “maximalist” dell’ultima ora: bitcoin non è raro.

Possiamo definirlo “asset scarso”, dal momento che è stato stabilito all’interno del protocollo un limite alla sua inflazione, ma di certo non è raro.

I famosi 21 milioni di bitcoin, che per’altro 21 non sono (per l’esattezza saranno 20999999.9769 nel 2140), sono solo una convenzione utile a capire questa sua limitazione (in gergo chiamata total supply). In effetti, dal mio punto di vista, le unità in circolazione sulla rete Bitcoin saranno 20999999.9769 x 10^8. Una quantità apparentemente spropositata ma senza dubbio più consona a un sistema monetario globale, con > 7 miliardi di potenziali utilizzatori. Dunque, pseudo maximalist, non ci sono 21 milioni di pepite d’oro digitale, ma circa 21 milioni per 100 milioni di unità che voi probabilmente state sprecando in transazioni onchain per il vostro trading quotidiano.

Possono esistere diversi protocolli per lo scambio di valore senza terza parte affidabile in competizione tra loro?

Anche a questa domanda potremmo rispondere affermativamente ma c’è un ma.

Se analizziamo la storia di Internet, unico vero termine di paragone in ambito tecnologico rispetto a Bitcoin, vediamo che effettivamente in origine diversi sistemi, ognuno con le sue regole, i suoi protocolli, entrarono in competizione tra loro. In questa “guerra fredda” tra standard, chi vinse secondo voi?

Non le reti delle corporation, permissioned e centralizzate, ma la rete globale open source e permissionless che oggi conosciamo come Internet.

Ma come ha fatto un sistema non imposto a prevalere su sistemi forse più efficienti perché gestiti prevalentemente da un’unica entità (fosse essa una azienda o un consorzio poco importa)?

Più che cercare la pura efficienza del sistema, si è data priorità all’efficienza delle comunicazioni e a quella che sarebbe diventata lo scopo dell’esistenza stessa di una rete d’interconnessioni globale: la condivisione.

Si avevano dunque da una parte reti intra-corporation, altamente efficienti, rapide ma chiuse, e dall’altra reti di ricerca lente ma in comunicazione tra di loro perché aperte, disposte a venirsi incontro per definire standard di comunicazione comuni.

Fu così che il secondo prevalse e nacque la suite di protocolli Internet che ancora oggi utilizziamo, chiamata TCP/IP, dove IP indica il protocollo Internet come base layer (appena sopra l’infrastruttura di rete fisica),  e TCP il protocollo di comunicazione, ossia l’insieme di regole che definiscono come devono essere gestiti i pacchetti dati condivisi dai nodi della rete.

Dunque abbiamo visto che ha prevalso lo standard più aperto, che non si basava sull’adozione forzata bensì sulla condivisione di intenti.

Internet è solo un esempio che dimostra come l’essere umano tenda a convergere su degli standard ben definiti; questa convergenza e condivisione d’intenti è alla base della comunicazione.

La stessa cosa accade con la lingua: pur essendoci molteplici linguaggi nel mondo, quando abbiamo a che fare con una persona che non comprende la nostra lingua madre tendiamo a cercare un nuovo medium per poter comunicare, sia esso una lingua franca (tipicamente l’inglese e le altre lingue di larga diffusione) o il linguaggio dei gesti.

E indovinate un po’ dove possiamo osservare la stessa tendenza a convergere verso degli standard? Esatto, negli scambi economici.

L’oro è il medium per eccellenza, universalmente riconosciuto come bene scarso pregiato, ma anche quando abbiamo a che fare con le monete fiat il discorso non cambia.

Prendiamo l’Euro: tanti paesi diversi, con condizioni economiche differenti, hanno deciso di aderire a un unico standard monetario al fine di facilitare gli scambi all’interno dell’Unione Europea. Peccato però che, per quanto migliore rispetto ai modelli precedenti, questo non sia un buon standard, proprio perché imposto agli operatori dell’economia europea, ossia i singoli individui, e non frutto di una convergenza di intenti tra i singoli.

Riprendiamo la domanda “Possono esistere diversi protocolli per lo scambio di valore senza terza parte affidabile in competizione tra loro?” perché finalmente possiamo rispondere. Certo che possono esistere, ma, molto probabilmente, ne rimarrà soltanto uno.

Le caratteristiche fondamentali di un protocollo di base di tipo trustless

Un protocollo base per lo scambio di valore senza terza parte affidabile deve avere caratteristiche simili a quelle che hanno definito il protocollo per l’interconnessione globale e quello per lo scambio dei pacchetti di dati, anch’essi senza terza parte affidabile:

  • decentralizzazione
  • immutabilità
  • sicurezza
  • scalabilità/resilienza
  • consenso

In questo momento l’unico sistema in grado di soddisfare queste carattaristiche è Bitcoin. Amici sostenitori di Ethereum, purtroppo quest’ultimo non è un sistema utile a costruirci sopra proprio perché viola tutte le caratteristiche sopra elencate.

Ripple? Manca di decentralizzazione e dunque immutabilità e sicurezza, per non parlare del consenso, ma è altamente scalabile. Può essere un buon base protocol per lo scambio di valore senza terza parte? No.

Monero e Litecoin? Si avvicinano, ma i trade off sono tali per cui, qualora le reti saturassero, si avrebbe mancanza di decentralizzazione per via della dimensione che le loro blockchain acquisterebbero (per Litecoin a causa della grandezza dei blocchi, per Monero a causa dell’architettura del codice orientato alla fungibilità onchain).

TCP/IP e LNP/BP

Riconosciuto Bitcoin come l’unico protocollo d’interconnessione tra utenti desiderosi di scambiare del valore digitale scarso senza ricorrere a terze parti affidabili, è necessario ora risolvere il problema semantico descritto all’inizio di questo articolo.

Come facciamo ad evitare la confusione creata dall’omonimia tra l’asset (bitcoin) e il sistema (Bitcoin)?

Un primo step potrebbe essere quello di chiamare bitcoin (asset) con la sua sigla (ticket) utilizzata nel mercato: BTC.

Rimane però un altro elemento di confusione, descritto sempre in precedenza: questi BTC sono troppo pochi e troppo cari!
Inoltre non sono per niente adatti ai micropagamenti, ossia la stragrande maggioranza delle transazioni monetarie tra individui.
Occorre dunque un’altra unità di misura che fortunatamente esiste già ma che ha guadagnato il suo nome solo in seguito alla scomparsa dell’ideatore del progetto Bitcoin: il satoshi (sat o sats).

Cestiniamo tutte le varie unità intermedie, quali ad esempio il bit (1 milionesimo di bitcoin, o 100 satoshi) e il mBTC (1 millesimo di bitcoin o 0,001 BTC) e riappropriamoci delle unità di base, da sempre più comprensibili per l’utilizzatore medio.

Il secondo step potrebbe essere quello di definire il layer base di Bitcoin in analogia con il base protocol di Internet: così come abbiamo l’IP (Internet Protocol), possiamo avere il BP (Bitcoin Protocol).

Così come i nostri pacchetti dati viaggiano su second layer del protocollo IP, su tutti il protocollo TCP (ma non dimentichiamo l’UDP!), possiamo utilizzare second layer per il “trasporto” del nostro valore: LNP (Lightning Network Protocol) e affini.

E le reti federate che esistono in Internet? E le intranet?

Esistono anche qui, si chiamano sidechain e private ledger. Non occorre modificare il protocollo di base (IP) per far funzionare le reti federate, così come non occorre modificare il BP per rendere operative le sidechain e i registri privati.

Vuoi la tua moneta personale (aka cryptocurrency)? Accomodati pure.

Una volta compresa la necessità di un network che soddisfi le caratteristiche sopra elencate, possiamo utilizzarlo per i più disparati motivi, purché non si ridefiniscano i suoi protocolli.

Ecco dunque presentarsi la possibilità di realizzare il sogno libertario Austrian: avere delle monete “private” per l’utilizzo nel libero mercato, utilizzabili come cash, senza terza parte affidabile. Sono i cosiddetti token, utilizzabili on top of the base layer, quindi non su blockchain, come invece avviene ad esempio con Ethereum.

Non solo monete: possiamo avere semplici coupon (utility token) ma anche security (con gestione automatica dei dividenti) senza toccare il base layer, affidandoci esclusivamente a reti federate (sidechain) o, ancor meglio, a canali privati su second layer.

Grazie a Giacomo Zucco per aver definito quello che io avevo in testa ma non riuscivo ancora ad elaborare, preso com’ero dalla definizione di BTC/LN (bitcoin through Lightning Network).

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